martedì 16 maggio 2017

KING ARTHUR E IL MESE DELLE DELUSIONI

Guy Ritchie ci riprova senza successo. Il suo stile personale fatto di montaggio frenetico, rallenty e musiche tendenti al mondo celtico stavolta non è riuscito propiziare il ritorno di un mostro sacro della letteratura anglofona. Le premesse di una sequenza d’apertura meravigliosa vengono disattese da una scrittura infantile e da una narrazione che non tiene conto degli spazi che lo stile eclettico del regista richiede.


La trama di “King Arthur - il potere della spada” non spicca certamente per originalità e vorrebbe imporsi al grande pubblico proprio cavalcando le modalità dell’autore inglese, ossia sovrapponendo diversi piani temporali per produrre una storia semplice, ma complessa. Il problema è che, a differenza dei due Sherlock Holmes, King Arthur non rispetta i requisiti necessari di unità d’azione e di tempo che lo stile di Ritchie richiede per non sembrare sopra le righe, ma solo normalmente sfrontato. Uno sviluppo della trama, diluito nel corso di un tempo della storia decisamente maggiore, costringe l’autore di “Snatch” a ricorrere ad una sere di topoi della sua produzione in più occasioni, talvolta riuscendo ad intrattenere magnificamente, talvolta risultando fuori luogo. La sequenza in cui Art cresce nei bassifondi di Londinum è un perfetto esempio della prima situazione, quella dell’addestramento disumano per padroneggiare Excalibur lo è in senso opposto.


Altro enorme problema del film è la giustificazione degli eventi e delle scelte del protagonista, le quali sono spesso il frutto di una maturazione avvenuta in appena due minuti di montaggio frenetico. La scelta di proporre un Artù alternativo, cresciuto nei bassifondi e abituato a comportarsi da capobanda di una cricca di delinquenti, da una parte ha dato una nuova caratterizzazione ad una figura letterario lontana dal nostro gusto odierno, dall’altra ha però rese necessarie nuove motivazioni che muovessero le azioni dell’erede al trono. Queste motivazioni vengono fornite in maniera del tutto innaturale, spinte da un gruppo di rivoluzionari anonimi e mal introdotti nella narrazione. Emblematica per la pochezza delle giustificazioni del caso è la scena dell’incontro tra Art e la dama del lago, che lo spinge a tornare per l’ennesima volta sui suoi passi e ad accettare il compito che il fato sembra avere in serbo per lui.


I personaggi secondari inoltre - ad eccezione del villain interpretato da Jude Law - appaiono piatti e il film, che in partenza sembra voler dare uno spazio maggiore ai compagni del protagonista e agli oppositori della corona, si riduce ad essere un’opera Artucentrica, in cui ogni personaggio agisce in funzione del protagonista e non sembra avere una dimensione ulteriore in grado di risaltare al di sopra di una trama banale e scontata, indirizzata fin dal primo secondo allo scontro finale. Ad essere problematico però è anche lo scontro finale, come la maggior parte dei duelli che riempiono il film a partire dal momento in cui Art riesce a dominare il potere di Excalibur. Da quel momento in poi, l’opera di Ritchie sembra virare volontariamente verso un gusto videoludico piuttosto che cinematografico, esaltato dai rallenty, dalla computergrafica e dalla fotografica che si scurisce nelle scene di lotta. Quando gli occhi del protagonista diventano azzurri, il linguaggio cinematografico, la costruzione dell’immagine lasciano il posto ad un combattimento da action arena.


“King Arthur - il potere della spada” potrebbe anche piacere a chi non è in cerca della logica ferrea, a chi si accontenta di vedere trasposto sullo schermo un videogioco a tratti esilarante. Ma quando il regista di “Lock and Stock”, di “Rock’n’rolla”, di “Sherlock Holmes” e soprattutto di “Snatch” si limita ad un lavoro quasi passabile non posso che dissentire dagli esiti. Un lavoro di Ritchie privo della vena istrionica, della verve, della violenza e dell’intelligenza di Ritchie non può considerarsi un’opera riuscita.


Il flop di Guy Ritchie non è l’unico film in uscita questo maggio ad avermi lasciato con l’amaro in bocca all’uscita della sala. Anche “Alien: Covenant” diretto dal maestro Ridley Scott non era riuscito a risollevare le sorti della nuova tetralogia sugli xenomorfi. Un mese dunque ricco di aspettative disattese e povero di emozioni sorprendenti. Un mese che potrebbe chiudersi con un ulteriore colpo al cuore nel caso in cui il vecchio Jack Sparrow non riesca a rimettersi in sesto a dovere nella fuga contro l’ottimo Salazar.
Qual è il comune denominatore di King Arthur e di Alien? Credo che la lente d’ingrandimento vada posta sul rapporto tra queste grandi produzioni popolari e il pubblico stesso, che spinge sempre più verso una logica spicciola, traina verso il basso il collettivo e si appaga di un gusto poco cinematografico, più vicino alla serializzazione televisiva almalgamata con il mondo videoludico. In entrambi i casi, forme lontane dalle possibilità di un’espressione artistica, che producono un immediato appagamento, il quale però non si traduce in un’emozione duratura, ma termina nell’attimo della visione. Il tutto guidato dalla logica dell’approvazione popolare, che può arrivare attraverso i ricavi, ma che funziona benissimo come deterrente per future produzioni legate al brand.
Blade Runner”, dello stesso Ridley Scott aveva prodotto appena cinque milioni di dollari di utile. “Donnie Darko” fu bollato come fantascienza di serie b, intricata e mal realizzata. I critici stroncarono “Fight Club” di Fincher, prima che il pubblico si rendesse conto della portata rivoluzionaria dell’opera. “Il grande Lebowski” fu ritenuto vuoto e insensato. “Quarto potere” fu un flop clamoroso alla sua uscita nelle sale americane. E potrei proseguire ad oltranza.



Il cinema è idea su schermo, immagine in movimento che cerca di rendere comunicabile la fantasia dell’autore. E un prodotto nato per soddisfare altri, incastrato in una forma mutilata, sta perdendo lentamente il senso della settima arte. Ciò che conta è l’idea che sta alla base e il gusto con la quale viene resa sullo schermo. Tutto il resto fa volume.

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